ADELFO MAURIZIO FORNI

Biografia da: www.genesi.org

Adelfo Maurizio Forni dopo la maturità al liceo classico, si laurea in Giurisprudenza a Milano ed esordisce come legale a Gallarate. Segue a breve l’assunzione in Montedison e la prima occasione di scoprire l’Europa e il Medioriente nei frequenti viaggi di lavoro. Oltre dieci anni nella Discografia ed Editoria Musicale, lavorando prevalentemente all’estero, per CGD Messaggerie Musicali e Ariston, dove collabora con compositori e artisti di successo, promuovendo tra l’altro la music-made-in-italy nel mondo. Nominato Manager dell’Anno 1979 dalla Camera di Commercio Italiana per gli scambi con l’estero. In questi anni, varie collaborazioni con stampa di settore e non. Si sposta a Roma, unendosi a due società specializzate in Eventi Comunicazione e Turismo. Successivamente viene chiamato nel Groupe CEDEC, Centro Europeo di Evoluzione Economica di Bruxelles, nel quale rimane per quindici anni, ricoprendo vari incarichi quali consulente di direzione e organizzazione aziendale, direttore del dipartimento relazioni, assistente alla direzione generale.
Già dagli anni settanta i suoi primi interventi nel mondo della cultura e dell’arte per la Galleria Arte Centro di Gallarate, con lo scultore Di Martino e con il pittore De Gregorio a Todi, illustrazione poetica delle sue opere. Dal 2016 si dedica soprattutto alla scrittura nonché all’organizzazione di reading, showcase, mostre d’arte, presentazioni libri: recentemente, Il Cardinale Efrem Forni, diplomatico vaticano di Lorenzo Filippo Guenzani, Gran Hotel Continental di Gianni Daldello con il giornalista Mario Chiodetti, reading per la celebrazione della “13ª giornata dell’Arte Contemporanea Amaci” nella Galleria Ghiggini 1822 di Varese, showcase a Milano dell’album Scusa se sono un poeta realizzato dal duo SecondaVita, Umberto Longoni e Tony Dresti.
Tra le pubblicazioni: Artbox: dalle parole alle immagini, dalle immagini alle parole nel 2017 (in collaborazione con il fotografo Roberto Calvino, la pittrice Marida Tagliabue, e il critico Nuccio Orto, libro componibile presentato al Museo Arte di Gallarate MA*GA).
Nel 2018 pubblica il libro Nostos, Genesi Editrice.

PREMIO I MURAZZI

I SUOI ROMANZI

Camelot

Negli Stati Uniti d’America la parola Camelot ancora oggi viene impiegata per indicare simbolicamente la breve, ma luminosa epopea della presidenza di John Fitzgerald Kennedy: quell’epoca idilliaca, denominata nuova frontiera, è divenuta uno dei miti più inossidabili non solo del sogno americano, ma in generale di chi viaggia verso la civiltà d’Occidente. Proprio Camelot, città ideale, rappresentava l’Occidente. Nel 1984, uno dei più raffinati cantautori italiani della fine dello scorso secolo lancia la magica canzone Viaggiatori d’Occidente, nella quale si stende un ponte ideale (e d’amore!) tra la Grecia e Bleeker Street, a Manhattan (Lei pensa alle terre greche / e a una maggiore fortuna / mentre in fondo a Bleeker Street / lui sta aspettando quella luna). Adelfo Forni è il viaggiatore d’Occidente che si porta nel cuore le terre greche. Il suo Camelot è il timbro di una nuova frontiera di speranza, ma è anche un viaggio a ritroso nel cuore della sua vita privata e nella pancia della civiltà occidentale. Libro da cui ci si lascia rapire e incantare con malia e dolcezza.

LE AVVENTURE DI MAURIZINO

Quando si diventa nonni, il tempo si contrae, ed è come se la vita di colpo facesse testacoda, riportandoci all’inizio dell’avventura su questa Terra. Non è che si ritorni bambini, ma l’infanzia e i suoi allegati ci perseguitano un po’ più spesso negli angoli misteriosi della nostra mente, e basta una fotografia per scatenare ondate di sentimenti e nostalgia.
Quel bambino sono io e non sono io, ci ripetiamo, allora ero così ma poi, e avanti con i confronti, gli affetti perduti, i giochi preferiti, i primi amici del cuore, i filarini ingenui dei dieci anni. Le biciclette scassate e le ginocchia come una tela di Pollock. La mamma e il papà giovani, le loro ramanzine e le note del maestro, la vacanza in campagna, al mare o in montagna, l’estate che finisce e il 1° ottobre ancora la scuola, più grandi di un anno, in fila ordinata con il grembiule nero e il fiocco azzurro.
Adelfo, allora Maurizino, era una teppa, ma di simpatia contagiosa. Inventava. Giochi, gare all’ultimo metro, balle grandi come case da propinare al primo della classe, spacciava una bici da femmina (le bambine non erano donne, ma femmine) per una da corsa (chissà come giustificava la “retina” para gonna sulla ruota posteriore), e ingaggiava furibonde battaglie risorgimentali con i soldatini addirittura in classe, sgomentando compagni e maestri.
Il suo testacoda della vita è tutto in queste pagine, in cui il futuro Adelfo Maurizio Forni, manager di successo e ora scrittore al quarto libro in tre anni, mostra intelligenza pronta e spirito critico, inventiva e senso organizzativo, tutte doti che si sarebbero accresciute con l’età, assieme al senso dell’amicizia, già assai sviluppato allora.
Era un monello il Maurizino, ma con classe, e lo si vede da una fotografia delle elementari, in cui il nostro è l’unico a indossare un elegante papillon ben stretto al colletto bianco, preludio al futuro sfoggio di mirabolanti gilet, pochette, giacche alla cacciatora, camicie e scarpe inglesi lord Brummel style.
Un altro particolare della fotografia “pun­­ge”, come direbbe Roland Barthes: la scritta “IVA” incisa sulla parte anteriore del banco. Senz’altro non si tratta della maledizione fiscale per i poveri freelance (allora c’erano Ige e denuncia Vanoni a togliere il sonno), probabilmente una “femmina” fatale passata di lì e rimasta nell’immaginario dei maschietti a imperitura memoria, o forse l’amichetta del cuore del Maurizino prima della Mariella, soccorritrice di ciclisti carambolati per terra causa rottura dei freni in discesa.
Scorrendo i racconti, viene da chiedersi se il libro sia soltanto a uso e consumo dei bambini di oggi, e non invece anche un “premio di consolazione” per i sessanta-settantenni scolari negli anni del dopoguerra e del boom economico, un com’eravamo che non è un possibile come siamo, perché i decenni di oggi i palloni li acquistano su Amazon già firmati da Cristiano Ronaldo e i contadini che li bucano sono spariti da lustri, le fidanzatine le trovano su Facebook o su Instagram. Del grembiule si sono perse le tracce, forse non lo indossa più nemmeno la casalinga di Voghera, i soldatini sono mostri ammazzasette nella playstation, e i bambini non gareggiano più sui marciapiedi ma tornano a casa da scuola blindati in suv grandi come mausolei, con al volante madri iper cellularizzate.
Però… la poesia salverà il mondo, almeno così si dice, e il libro di Adelfo ne contiene una dose abbondante, perché la vita di allora era una rima ogni giorno diversa: là fuori c’era un universo vero, imprevedibile e fantastico, da toccare con mano e plasmare a piacimento, e graffi e sbucciature erano trofei formidabili come la Coppa dei Campioni.
Chissà se i piccoli lettori di oggi comprenderanno l’insegnamento di questo diario, le quiete “morali” alla fine dei racconti con il monito di mamma e papà o del maestro. Di certo molti genitori potrebbero farne tesoro e saccheggiarne i contenuti, vista la sempre maggior latitanza di educazione a ogni età e latitudine e la volontà attuale di fare dei bambini degli adulti in miniatura, già pieni di obblighi e doveri a partire dall’asilo.
Noi (chi scrive scala dieci anni al Maurizino, ma la sostanza era la stessa) correvamo dietro le lucertole, costruivamo capanne di foglie nel bosco, mangiavamo le more graffiandoci con i rovi, costruivamo ciclopiche piste per le biglie tra la ghiaia dei vialetti dei giardini, ingaggiavamo battaglie con i fichi acerbi usati come micidiali pallottole. Ci sporcavamo con la terra. E giocavamo a pallone per la stra­da, usando i cancelli come porte, e le rose ci erano nemiche, forando due palloni Rifle su tre. Piangevamo, la mamma ci sgridava, e il cartolaio gongolava, ne aveva ordinato uno stock. L’indomani già c’era un’altra formazio­ne in campo. Ma a scuola si studiava, e non si assalivano gli insegnanti.
Il volto di birbante del Maurizino, da cui sprizza intelligenza e curiosità, è quello di tan­ti bambini di allora, pieni di sogni e di chime­re, di ingenuità e passione, certi del porto sicuro di casa, ma con la voglia di vagabondare nel mondo, magari sulle ali di una canzone di successo, orecchiata alla radio in un lontano Festival di Sanremo. Quelle ali, Maurizino Adelfo non le ha perse mai.

DI Mario Chiodetti

LA TAVERNA DI YANNIS

Adelfo Maurizio Forni è poeta, e come tale può contare su due diverse percezioni del tem­po che scorre: quella mediata dagli occhi, a catturare l’attimo e costruirci un ricordo, e quella della mente, nella quale la storia è già interamente scritta, con colori e suoni, parole e sensazioni. Ed è un innamorato, quindi soggetto al tribolo della passione, alla smania di compiacere l’amata, in questo caso la Grecia, terra di civiltà e contrasti, di saggezza e ingenuità.
Un omaggio, il poeta, l’aveva già offerto, con la raccolta Nostos (2018), confessione in versi di una vita arrembante, a volte sorprendente, che si adagia sulla riva di un mare turchese, ogni estate, da anni.
L’amicizia. Il motore primo, il faro che illumina il sentire di Adelfo Maurizio, che seduto al tavolo della taverna di Yannis è più felice del Re Sole, e conversa davanti a un piatto di mezedes e un bicchiere di vino bianco, mentre occhi e mente portano segnali preziosi, da conservare e analizzare, prima di trasformarli in racconto.
Basta poco perché una terrazza a mare diventi un palcoscenico sul quale mettere in scena l’eterna tragicommedia della vita, e il nostro autore ha il dono di plasmare personaggi e far compiere alle persone una completa metamorfosi, inserendole a buon diritto nella storia, anzi entrandoci lui stesso, con grande divertimento.
Così il piccolo ristorante, dove tornare quando la morsa della modernità cerchia la testa, si trasforma nel tempio dell’oracolo, la Taverna di Yannis (titolo in copertina). Da lì ha inizio il racconto che unirà tre generazioni di mare e di pianura: Forni lo sapeva ancor prima di assaggiare di nuovo il pagello, gli bastava chiudere gli occhi e la pellicola partiva, con tanto di sonoro, dall’inizio alla fine.
Si trattava di “metterla in pulito”, come si diceva un tempo, di dare una forma scritta alle immagini che si affollavano man mano Eleni raccontava e la mente elaborava, immaginan­do montagne e fame, soldati e uccisioni, il san­gue che scorre nell’assurdità della guerra e una bambina con le sue capre, capace di un gesto straordinario verso una persona sconosciuta, vista in pericolo e quindi da aiutare. A ogni costo.
Giorgio, Jorgo. Non un eroe, anzi un contabile finito nell’esercito, ma la battaglia per la vita accende capacità sconosciute, si cambia pelle e testa e un altro te stesso emerge dall’ombra, ed è forse quello più vero, che conosce a fondo la forza dell’odio e dell’amore. Adelfo diventa egli stesso Jorgo, Eleni, Lazaros, il capitano Colombo o il priore Christoforos, li “vede” ancor prima che si trasformino in personaggi di carta e racconta una storia circolare, perché il destino non devia mai dal proprio cammino e ciò che inizia deve finire, anche lontano chilometri, anche in una terra diversa.
Jorgo, Eleni e la piccola comunità greca rappresentano tempi in cui era il cuore a dettare il ritmo, la forza dei sentimenti vinceva la disperazione, le ferite, l’ansia per il domani, per­ché in guerra non hai tempo di pensare, devi agire, e subito. Giorgio, Pierina, Francesco, GG e Elefteria hanno una temporalità diversa, dominata dal ragionamento, perché c’è ancora la possibilità di progettare il futuro, una vita in due, un lavoro appagante o lo studio della musica, un amore per sempre.
Forni dimostra che ognuno di noi ha dentro di sé una storia da raccontare, passata o presente, le nostre anime sono comunque consonanti, indipendentemente da latitudini e tradizioni, e i sentimenti non hanno data di scadenza. Per questo La taverna di Yannis somiglia alle novelle che i vecchi raccontavano davanti al camino nelle case di campagna, in cui non sai bene dove sia il confine tra realtà e fantasia, ma vorresti che non finissero mai perché in fondo anche tu, come Adelfo Maurizio, avresti voluto viverle sul campo, attimo do­po attimo. Ma forse lui, in un’altra esistenza, questa vicenda l’ha vissuta davvero.

NOSTOS

La poesia di Adelfo Maurizio Forni ci rappresenta un personaggio errante, per il mondo e per le esperienze della vita, che evoca in noi la canzone di Georges Moustaki, Lo straniero. Innanzitutto, è un inno rivolto alla generosità di partecipazione e di coinvolgimen­to con cui la vita deve essere vissuta: accettare ogni esperienza nuova, con curiosità e buona lena. Metaforicamente, Moustaki dice di avere “una bocca che si disseterà ad ogni fonte”, cioè ci invita a essere aperti verso le novità. CONTINUA