Lila Ria (Ilaria Pamio)

Mi chiamo Lila Ria (Ilaria Pamio), sono nata a Busto Arsizio (VA) nel 1980 e vivo a Cassano Magnago (VA). Dal 2010 lavoro per una compagnia aerea.

Nel 2008 sono stata recensita dalla rivista internazionale Storie – All Write – Leconte Editore, numero 62-63.
Nel 2007 il racconto/leggenda metropolitana “Luce” è stato pubblicato sulla rivista on line Prospektiva e nel 2010 il racconto “Nel nome del Padre” sulla rivista musicale Youthless Fanzine#31.
Nel 2010 alcune mie poesie sono state illustrate da dodici studenti del Biennio di Grafica dell’Accademia di Brera di Milano e hanno costituito un libro d’artista in esemplare unico.
Vincitrice del Premio Logos Perrone Editore nel 2010, con la poesia “[Visioni da una fotografia#2]”, scritta con lo pseudonimo Viola Rossi.

Dal Luglio 2010 all’Ottobre 2013 ho collaborato alla rivista “VIVA MAG!”distribuita nel territorio della provincia di Varese, proponendo poesie associate a foto-collages di mia sorella Federica.

Nel 2013 il racconto “Il giorno in cui divenni Cleopatra” è stato pubblicato nell’antologia “Le vene vorticose” – Jean Luc Bertoni edit.
Finalista nel 2013 di “Subway Letteratura” poesia under 35, con la poesia “Mais”, mi sono classificata terza al contest letterario “Una stanza tutta per me” della Leconte Editore (Roma) e sono stata segnalata tra gli autori del “Premio Rimini Parco Poesia 2015”.
Nel 2016 il racconto “Cuore divaricato” è stato pubblicato nell’antologia “Brividi alla tastiera” – Jean Luc Bertoni edit.
Per Damster ediz. Modena è stato incluso nella raccolta “Capodanno bastardo – a bastard new year” il racconto “Mara”.
Miei aforismi sono presenti su agende “L’erudita 2014”, “Orlando 2015”, “Orlando 2016”, “Book pusher 2017” della Giulio Perrone.
Restano inediti: quattro raccolte poetiche “CAVERNE” (2005-2012), “POESIE PER ROSANGELA” (2012, ispirata a “Più o meno qui, vicino al cuore” di Rosangela Percoco), “POLAROID” (2009-2013), “DIARIO” (2014), la raccolta di racconti “LA DONNA SENZA TESTA” (2007-2015), il romanzo semi-autobiografico “TUNNEL” (2017).

I SUOI SCRITTI

2018

Scarafaggi, pubblicato su Foga.

L’afa dei giorni non dava tregua nemmeno la sera. Un caldo pesante ti si appiccicava addosso. Lo stesso identico di ogni agosto, sebbene i telegiornali lo avessero definito il più caldo degli ultimi sessanta anni. Nelle ore che trascorrevo in ufficio, i condizionatori erano settati al massimo e rischiavi una bronchite. Quando invece rientravi, a casa, la sera, se non possedevi anche solo un ventilatore a pedana, passavi il tempo a boccheggiare, con un’espressione da triglia. Continua

Animali, poesie di Lila Ria.

POESIE PARIGINE

“Mi sorrise e

mi disse di non preoccuparmi:

da grande, mi avrebbe presa in braccio lui

per fare i tre piani di scale.

Credo avesse cinque anni

le gambe scheletriche

, come le mie,

i capelli drittissimi, un paio d’occhiali rotondi

e una sorellina piccolissima.

Cinque anni fa, al funerale di mio nonno,

il nostro ultimo incontro

lui è un ragazzo oramai

le gambe ancora più lunghe

e muscolose, porta ancora gli occhiali.

Abbiamo incrociato gli sguardi

pochi minuti appena

mi sono avvicinata a lui

dandogli un bacio, grazie Fede!”

(Lila Ria, Gennaio 2016)

“TUNNEL” (2017)

Uno stralcio del romanzo:

Romanzo semi-autobiografico

Questo è un racconto che ho scritto qualche anno fa. Credo dieci. Uno scorcio di quello che ho vissuto nel 1994, all’interno dell’ospedale neurologico in cui ero ricoverata per “degli esami”.

DUE STANZE, DUE STORIE

La prima stanza, Carolina

Tredici anni, pelle e ossa, Carolina. Era al suo ottavo ricovero in quell’ospedale. Sembrava una di quelle persone che vanno in vacanza sempre nello stesso posto. Entrava e usciva da quella clinica di continuo. Da un sacco d’anni. Da quando quel serpente divoratore era entrato in lei. Carolina era fragile. Tanto dolce, quanto fragile. Se all’epoca Viola pesava quaranta chili, Carolina raggiungeva a malapena i trentacinque chili. Sarebbe dovuta arrivare a quarantadue. Solo sette maledettissimi chili e poi sarebbe uscita da quella prigione. E poi rientrata.
Carolina era alta circa dieci centimetri più di Viola, le guance scavate, il naso di sole ossa, le mani come zampette di ragno.
“Ciao io sono Carolina” le diede la mano, non appena le staccarono la flebo.
“Ciao io sono Viola.”
“Io devo arrivare a quarantadue chili poi mi fanno uscire. Tu? Sei nuova? A quanto devi arrivare?”
“Sono appena arrivata, ma non devo ingrassare. Sono qui per dei controlli.”
Per dei controlli era la sua via di fuga.
Cosa sei andata a fare in ospedale? Le avrebbe poi chiesto al rientro a scuola il professore di scienze della materia.
Ero a fare dei controlli, l’avrebbe zittito lei.
Ah, ok. Avrebbe chiuso la questione lui. Che poi, con queste due semplici frasette, in sei anni di superiori, le aveva domandato più di quanto tutti gli altri docenti messi insieme.
“Io ho problemi alimentari. Devo ingrassare sette chili e poi esco. Non ce la faccio più a stare qui dentro.”
Carolina era di Bergamo. Avrebbe dovuto iniziare la terza media. Era di un’intelligenza stupefacente e si rendeva sempre disponibile.
“Ti dico che usciamo insieme di qui, ok?” le disse Viola.
“ Come?” chiese perplessa lei.
“Ci sediamo vicine al tavolo e mangiamo insieme. Vedi che recuperi peso.”
“Ma anche te sei magra!”
”Io ho le ossa piccole, ma mangio. Sono qui per un altro problema, te l’ho detto.”
Al tavolo, terrorizzata dall’idea che i medici la vedessero troppo magra e le infilassero l’ago di una flebo con qualche ricostituente nel braccio, Viola mangiava di tutto. Più che a casa. Panino e marmellata a colazione. Primo e secondo a pranzo e a cena. Cibo che aveva sempre quel retrogusto di verdura bollita. Qualsiasi cosa fosse. Anche gli spaghetti al pomodoro avevano un sapore strano. Li riempiva di grana e ingoiava.
Carolina non mangiava il grana. Diceva di essere allergica. Gli spaghetti invece le si attorcigliavano intorno alla gola e aveva paura la soffocassero. Spesso rimandava indietro gli spinaci “la verdura mi piace” diceva. Ma i puntini bianchi sulla verdura erano chiaramente grana, che gli infermieri mettevano apposta, perché sapevano non lo potesse mangiare. E avevano fatto una congiura, per non farla uscire da lì.
“Non è grana. Ti giuro li ho assaggiati io, fidati.”
”Sì Viola, quei puntini sono grana”.
“Magari è l’acqua in cui sono stati bolliti, non ti direi una bugia per farti stare male.”
“Magari te non lo senti. Ma lo hanno messo! Lo vedo.”
Carolina e Viola si alzarono dal tavolo. Avevano le gambe magre identiche. Solo che quelle di Carolina erano più lunghe.
Parlava al telefono con una madre lontana. E piangeva. Con la voce rotta chiedeva supplichevole “portami a casa, a casa con te mangio mamma. Portami via.”
Sempre la solita frase, le solite promesse. Finché la musica del walkman la riaddormentava.
Riuscì a ingrassare solo di un chilo. Ma la rimandarono a casa. Promise al medico che avrebbe mangiato. Salutò Viola con un sorriso grande “ti scrivo, ci sentiamo.”
S’incontrarono di nuovo l’anno successivo. Viola era lì per dei controlli post diagnostici. Si salutarono alla macchinetta del caffè. Carolina trascinava le ciabatte ed era in pigiama. L’avevano ricoverata di nuovo “questa volta devo ingrassare di dieci chili” le disse.

La seconda stanza, Susanna

Dopo Carolina fu il turno di Susanna. Lei era ricoverata da molto tempo prima di Viola. La cambiavano continuamente di stanza. Aveva diciotto anni, ma ne dimostrava quattordici, se non meno. Sembrava un personaggio dei film dell’orrore. Un metro e sessanta di ossa ricoperte da pelle trasparente e lunghissimi capelli neri lisci. Lunghi ben oltre quella zona dove di solito ci sono i glutei. Una voce pacatissima. Debole e lenta. Come i suoi passi. Sembrava stesse per morire. Pesava trenta chili. Forse. Era una di quelle anoressiche che strascicano i piedi trascinate da una persona, e con l’altro braccio trascinano il reggi-flebo sempre pieno. Perché non mangiano nulla, non bevono, non vogliono reagire. Preferiscono essere dipendenti da una flebo via l’altra.
La persona da cui si faceva trascinare Susanna era la madre. La sua fotocopia bionda, riccia, con la carne attaccata. Una di quelle madri isteriche, iperattive, che corrono sempre e fanno ottomila cose nelle venti ore della giornata in cui sono attive. Una di quelle mamme che vorrebbero la figlia fosse tutto quello che loro gran donne non sono state. Che t’iscrivono a concorsi per modella, valletta, velina. Perché te, giacché loro figlia, sei quella che l’avrà vinta, appena uscirai dall’ospedale. E i loro sogni t’invadono il cervello. Una di quelle madri che crede la figlia sia una loro seconda chance. Una proiezione migliore di loro stesse. Una di quelle che, esauste, poi ti grida contro “Susy! Susy amore hai mangiato?”
E le figlie, anoressiche bugiarde ti dicono “Sì, ho mangiato.”
“Ma cosa avresti mangiato tesoro, che è tutto ancora qui?”
“Ho mangiato.”
”Viola, scusa … Susanna, mentre ero di là ha mangiato? A me non pare.”
“Signora non lo so. Non ero al tavolo con lei. Ho mangiato con un bimbo oggi.”
“Ecco. Allora da domani Viola mi fai un favore? Ti siedi al tavolo con lei e controlli che mangi. Me lo fai questo favore? Perché la mia Susy continua a dirmi palle. E io sono anche stanca. Va a finire che mi viene un esaurimento nervoso.”
“Va bene signora.”
“Sai Viola… un tempo la mia Susy non era così. La vuoi vedere?”
Viola voleva dirle di no. Non le fregava nulla del passato di Susy, non intendeva umiliarla.
Se in passato era stata migliore di com’era ora, di sicuro non ne aveva colpa. Non era diventata lo scheletro ambulante che era, solo per colpa sua.
E prima ancora che Viola potesse dire sì, volentieri/no, signora non me ne frega un emerito del passato di sua figlia, aveva già estratto la foto della BellaSusanna dal portafoglio.
“La ragazza mora sull’altalena è lei a quindici anni.”
Se non glielo avesse detto, non l’avrebbe mai riconosciuta. La foto mostrava una ragazza felice, con i capelli corti mossi e il fisico già bello sviluppato. Oltre la camicetta bianca si intravedeva un seno che poteva benissimo essere una terza abbondante e il viso, ora scavato, tre anni prima aveva le guance.
“Caspita Susy! I miei complimenti” le scappò di bocca.
Restò a fissare la foto incredula. Continuava a chiedersi come avesse fatto una ragazza a ridursi cadavere fantasma in tre anni.
“Sai di chi è stata la colpa Viola?” la madre sembrava esserle entrata nella mente e aver trovato la sua domanda “sono state le sue compagne. Loro erano magre, come te. Avevano solo un abbozzo di seno ed erano gelose del fisico di mia figlia e dei suoi pretendenti. E lei ha iniziato a dimagrire, per diventare come loro. Hai visto che bel seno aveva la mia Susy? Lo aveva preso da me.”
“Io invece sono piatta come mia madre” sdrammatizzò Viola.
In quel momento entrò sua madre “Buongiorno signora.”
“Buongiorno” disse la fotocopia con carne di Susanna.
“Viola come va? Hai pranzato bene oggi?”
“Sì. Pasta al pomodoro e ossobuco con patate. Era un po’ grassoccio ma l’ho mangiato.”
“Mentre ero fuori a pranzo ti ho preso dei budini al cioccolato, se dopo vuoi fare merenda.”
“Ok. Grazie.”
“Se solo la mia Susy mangiasse un po’ di budino…” s’intromise la donna con un tono di preghiera.
“Ne vuole uno signora?” chiese la madre di Viola.
“Susy non ne mangio due. Se vuoi uno te lo do volentieri”.
“Dai che Viola viene qui accanto a te e ne mangi uno anche tu. Piano piano rimetti su peso. Poi tagliamo i capelli, li facciamo biondi e andiamo a un po’ di provini, vero Susy?” la madre fantasticava a voce alta.
“Sì mamma” rispondeva con un filo di voce. Come fosse un automa. Un sì per evitare altri discorsi. Altre richieste.
“Da ragazzina aveva già fatto delle foto, era stata su delle riviste locali” si pavoneggiò con Viola e sua madre.
Allora Viola si alzò dal letto e andò a sedersi di fianco a Susanna, come richiesto dalla signora.
I suoi occhi fuori dalle orbite guardavano il vasetto marrone che teneva in mano, come fosse un oggetto strano. La donna lo liberò dalla plastica che lo copriva.
Viola cercava di non guardare la scena imbarazzante. Si finse concentratissima a raschiare con la punta del suo cucchiaino il fondo del budino.
“Susy ne mangi un po’?”
“Sì” disse con la sua solita voce flebile.
“Ecco” disse la donna avvicinandole il cucchiaino alla bocca.
Susanna la schiuse di mezzo centimetro, lo spazio necessario a far fuoriuscire un pezzettino di lingua e leccò la punta del cucchiaio.
“Fatto” sussurrò soddisfatta.
“Fatto cosa?!” urlò la madre “forza! Viola te ne ha regalato uno. Almeno metà te lo mangi.”
“Ho già mangiato mamma” insistette con quella voce fiacca.
Viola tornò nel suo letto.
“Forza! Almeno altri tre cucchiai” ricontrattò la madre.
“Mamma… ho già mangiato”.
“Ma sai che non ne esci più? Altro che farti le meches! Altro che fare le foto! Se non mangi, tra un po’ nemmeno camminerai. E io non ce la faccio più!”
La donna sbatté il budino sul comodino. Il cucchiaio ricadde con un rumore acuto sul pavimento. Non ci badò. Uscì dalla stanza.
Susanna si fece piccola tra le lenzuola, quello era il suo scudo per proteggersi dal mondo.